Lo shampoo ha una sua storia… 

Nata in Inghilterra nella seconda metà del 700 dal fiuto per gli affari dell’indiano Sake Dean Mahomed, che lavorava in una struttura simile a quella che oggi definiremo una SPA, offrendo bagni di vapore e trattamenti specifici per i capelli, ispirati ai rituali di cura indiani, che Sake Dean Mahomed chiamava con la parola indi champooi. Successivamente fu proposto il servizio di hair indian massage, un trattamento specifico per i capelli che divenne particolarmente famoso.

Lo shampoo di oggi in realtà non ha molto a che fare con lo sviluppo dell’iniziativa dell’hair shampooing di Sake Dean Mahomed, perché il termine “shampooing” inizialmente indicava solo generici massaggi al capo e al corpo dai benefici più disparati, ma da questa parola nel 1903 il chimico Hans Schwarzkopf, titolare di una piccola officina cosmetica, conierà il termine “shampoo” per riferirsi a un preparato in polvere per la detersione dei capelli.

Il primo shampoo moderno a essere immesso sul mercato è stato il Drene della Procter & Gamble nel 1930. Prima del Drene gli shampoo non erano altro che saponi generici usati, oltre che per la pulizia del corpo, anche per quella dei tessuti. Il passo in avanti nello sviluppo dello shampoo viene compiuto quando si formula il primo syndet, un sapone sintetico liquido, da utilizzare al posto del classico panetto di sapone. Se la saponetta solida è ottenuta tramite il processo della saponificazione, nella quale grassi animali sono trattati con una sostanza basica come la soda, il syndet viene ottenuto mettendo insieme diverse molecole di tensioattivi scelti per le loro proprietà chimico-fisiche. Il vantaggio offerto dal syndet è importante per chi lo produce perché il formulatore può scegliere a priori il pH, la consistenza, la capacità schiumogena, quella lavante e ha la possibilità di inserire sostanze in grado di rendere il capello più morbido e più districabile. Il passaggio dalla saponetta al syndet rappresenta un passo in avanti nella storia dello shampoo, riuscendo ad accontentare le esigenze più diversificate dei consumatori.

Realizzare uno shampoo come tutti i cosmetici è un’arte al pari della pittura, la creazione nasce dall’ispirazione e dalla ideazione in conformità alle esigenze che si propone di risolvere, il prodotto si ottiene miscelando le materie prime come il pittore mescola i colori tra quelli a disposizione.

La formulazione è un’arte sotto forma di scienza.

 Cosa c’è dentro lo shampoo?

Tra gli elementi che possiamo trovare all’interno di uno shampoo oltre all’acqua, ci sono i tensioattivi, molecole in grado di circondare lo sporco presente sulla cute e sul capello e rimuoverlo attraverso l’acqua. L’aggressività dei Tensioattivi dipende prevalentemente dalla formulazione tuttavia una maggiore aggressività oltre a rimuovere lo sporco, rimuove anche i grassi presenti a protezione della cute ed interferire con il microbioma.

Il marketing e alcuni piccoli segreti:

In generale la qualità di un cosmetico non dipende dalla presenza di un ingrediente speciale, come spesso siamo stati portati a pensare, ma dalla sua formulazione; uno shampoo deve pulire senza irritare rispettando la nostra pelle e le condizioni che ci rendono più sensibili in quel momento, qualità del prodotto e conoscenza di noi stessi.

Avrete sentito parlare di cosmetici “eudermici” (ovvero ben tollerati dalla pelle e che ne migliorano le funzionalità) come una particolare categoria, ma in  realtà  “eudermico” è la condizione necessaria perchéé un cosmetico possa essere chiamato tale, di conseguenza se  è vero che tutti i cosmetici sono eudermici, tanto da darlo per scontato, sicuramente non esistono cosmetici che vogliano danneggiare di proposito la pelle, è una tautologia per dare l’impressione che esista una sottocategoria di prodotti.

Un’altra categoria è quella dei “senza” ovvero “senza quello che non è presente”, è una affermazione ovvia che induce il consumatore a pensare in modo errato che l’assenza di un ingrediente possa essere un elemento migliorativo e che l’ingrediente in questione possa essere dannoso, come il caso di SLS, SLES, PEG, siliconi e per ultime anche le microplastiche.

Andiamo per ordine e partiamo con SLS e SLES, acronimi di sodio lauril solfato e sodio lauril etere solfato, accusati di essere tra i tensioattivi più aggressivi quando il più delle volte si tratta di “casi” sollevati da  movimenti collettivi che partono dai consumatori e  trovano terreno fertile nei brand, altre volte invece è solo un modo di fare marketing, molto spinto, che riesce a trovare spazio tra i diversi trend per inserirne uno nuovo, generando le condizioni ideali affinché questi due fenomeni si alimentano a vicenda.

Decidere quando un ingrediente è sicuro è un percorso complesso, che richiede diversi anni ed è per questo che viene svolto da figure e autorità appositamente preposte, che fanno parte di una commissione all’interno dell’SCCS, il Comitato scientifico per la sicurezza dei consumatori.

Per fare chiarezza sulla sicurezza sia dell’SLS che del cugino SLES il comitato scientifico europeo del Cosmetic Ingredient Review (CIR) ha redatto una valutazione finale che mette fine alla questione della sicurezza di questi ingredienti. Caso analogo per il PEG, o sarebbe più corretto dire i PEG, visto che si tratta di un termine generico che indica una classe molto ampia di sostanze derivanti da una reazione chiamata “polimerizzazione” in grado di unire più molecole, chiamate “polimeri”, di ossido di etilene. I PEG sono usati come emulsionanti, cioè agenti in grado di unire parti che da sole rimarrebbero separate, come la parte grassa e quella idrofila, per formare un sistema omogeneo. Dai detergenti alle creme, i PEG si trovano un po’’ dappertutto e il loro carattere di emulsionante assolve una duplice funzione ad esempio legare la parte più grassa dello sporco facendo sì che il sapone lo lavi via o possono essere usati per legare i componenti lipidici e l’acqua in una crema per il viso.

Prima di tutto la sicurezza

Quando si redige una valutazione sulla sicurezza si mettono insieme tutte le conoscenze tossicologiche accumulate nel corso di decenni, non è quindi una valutazione fatta su due piedi e per assurdo, le sostanze sulle quali si hanno maggiori conoscenze sono anche quelle la cui sicurezza viene messa in discussione più facilmente, infatti, spesso accade che più prendiamo coscienza dei rischi, più la valutazione sulla sicurezza si fa complessa e la sostanza in esame viene considerata meno sicura.

Potrebbe essere utile definire meglio il significato di “pericolo” e “rischio”:

  • Il pericolo è ciò che può essere dannoso in senso generico per la salute umana
  • il rischio è la probabilità con la quale possiamo andare incontro al pericolo

Temiamo più le conseguenze di un terremoto che quelle del fumo di sigaretta, sebbene il rischio con il quale si presenta il secondo sia maggiore in modo simile percepiamo alcuni prodotti e sostanze in modo alterato disfunzionale per il risultato che ci prefiggiamo di raggiungere.

Il Marketing è alla base delle iniziative e proposte commerciali ma, dovrebbe essere utilizzato per comunicare il valore di un cosmetico valorizzando quello che c’è al suo interno e non sottolineando cosa non contiene. La categoria dei “senza” si è arricchita di così tante referenze che quasi non si contano più, l’ultimo per ordine di arrivo è il “senza microplastiche” ……. l’argomento è interessante e complesso e non può essere ridotto e affrontato in poche parole ma è sufficiente pensare che circa il 60% delle microplastiche presenti nell’ambiente deriva dal consumo di pneumatici di auto, comprese le insospettabili ed ecologiche biciclette, le microplastiche sono disperse nel mare e le troviamo all’interno dei pesci che abitualmente mangiamo.

Ma perché si leggono così tante affermazioni del genere?

I regolamenti e gli organi preposti, nonostante pongano al primo posto la tutela della salute, non pongono il divieto dell’espressione “senza”, stabilendo dei criteri comuni non particolarmente attenti a occuparsi di questioni legate alla correttezza della comunicazione nei cosmetici, che rimane all’interno della correttezza di divulgazione e informazione orientata a ridurre il gap informativo con il consumatore.

È presumibile pensare che una soluzione possa venire dalla decisione dei giganti della cosmetica di abbandonare del tutto alcune strategie di marketing, spingendo anche i più piccoli brand a un’inversione di rotta. Oppure fino a quando noi consumatori decideremo di premiare i brand ed i professionisti che optano per una comunicazione più onesta e trasparente.